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Noi e la nostra Libertà siamo come i nodi di una rete da pesca. I nodi sostengono la rete, ma sono tutti collegati, interconnessi tra di loro. Allo stesso modo, noi con la nostra Libertà siamo da sempre interconnessi, collegati gli uni con gli altri. E’ la dimensione comunitaria, sociale, della nostra Libertà. Ecco allora che il pronome identificativo della Libertà umana è il “noi”, più che l’”io”.
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Con la lucida consapevolezza di non dire niente di particolarmente nuovo ed originale, ma volendo dare il mio modesto contributo alle vicende drammatiche dei nostri tempi, ho deciso di dedicare questa piccola riflessione alla frase del Documento di Ventotene, che ha scatenato le più che doverose diatribe di questi giorni. E meno male che la voce l’ha alzata si è alzata da entrambe le parti! Sia da parte di chi vuole combattere con tutte le sue forze questa visione dell’Europa, come da parte di chi vorrebbe finalmente vederla realizzarsi.
A me non interessa discutere sul percorso europeo, né sulla forma che questo potrebbe avere. A me interessa riflettere teologicamente e spiritualmente sulla frase incriminata: “La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio. Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo o del burocratismo nazionale”. Per un approfondimento semplice, ma più disteso, rimando all’articolo già segnalato:
Che i nipoti del fascismo non si riconoscano in questo progetto europeo, non può che essere naturale. Questo progetto è stato elaborato dalle vittime dei loro nonni… Per questo ritengo una grazia, forse dettata da altre contingenze, lo sfogo della nostra presidente del Consiglio: perché una volta tanto è uscita dall’ambiguità e ci ha detto in che cosa crede. Come la Storia c’insegna, il fascismo e tutti i suoi derivati sorgono all’interno del capitalismo maturo, per salvaguardare in tutti i modi le disuguaglianze sociali ed il diritto assoluto della proprietà privata, a fronte del Bene comune e del diritto per ogni uomo/donna alle condizioni per una vita dignitosa. L’assolutizzazione della proprietà privata con tutte le sue conseguenze, maldestramente definita sacra e fatta risalire ad un fantomatico progetto divino, in realtà è stata una delle più sofisticate e perverse invenzioni del cristianesimo paganizzato.
La Dottrina Sociale della Chiesa, alla luce del Vangelo, riconosce indubbiamente il valore della proprietà privata, quale condizione per lo sviluppo dei talenti di ciascuno a servizio dell’intera umanità. In questo senso e fino a questo punto si può parlare di sacralità e di diritto a possedere dei beni materiali. Qualsiasi altro accumulo, al di là di queste condizioni, cessa di essere un diritto e comincia ad essere un privilegio.
In questo senso dobbiamo accogliere gli innumerevoli richiami biblici, riguardanti il pericolo della ricchezza; perché la Parola di Dio ci dice chiaramente, che il problema/pericolo non sono i beni materiali in sé. Il pericolo, fino a divenire una vera e propria minaccia per la nostra Salvezza, è l’accumulo degli stessi. Esattamente a questo livello s’inserisce l’opera del Tentatore, che insinuandosi nella nostra Libertà, c’illude, che accumulando ricchezze possiamo aumentare la nostra felicità e contribuire alla felicità altrui. La millenaria storia dell’umanità ci dimostra esattamente il contrario: quanto maggiore è l’accumulo delle ricchezze in poche mani, maggiore è il malessere di una società.
Riflettendo sempre in una prospettiva rigorosamente evangelica, è vero che su questo punto ogni miglioramento, come ogni caduta, passa dalla Coscienza e dalla Libertà di ciascuno/a di noi. La lotta contro l’idolatria del denaro si combatte innanzitutto nel cuore e nella vita concreta di ciascun essere umano. D’altro canto, come ben sappiamo, la nostra Libertà non è casta e pura, totalmente proiettata nel praticare la Giustizia, come ce la presentano i teorici del liberalismo economico. La Fede cristiana afferma inequivocabilmente la nostra radicale peccaminosità, ad ogni livello ed in ogni ambito, anche e soprattutto in campo economico. Inoltre, la Libertà umana non è quella cosa individuale e totalmente autonoma, come ci viene erroneamente dipinta dalla cultura liberale.
Noi e la nostra Libertà siamo come i nodi di una rete da pesca. I nodi sostengono la rete, ma sono tutti collegati, interconnessi tra di loro. Allo stesso modo, noi con la nostra Libertà siamo da sempre interconnessi, collegati gli uni con gli altri. E’ la dimensione comunitaria, sociale, della nostra Libertà. Ecco allora che il pronome identificativo della Libertà umana è il “noi”, più che l’”io”. Noi, nella nostra fragilità peccatrice, produciamo non solo peccati personali, ma vere e proprie strutture di peccato; ovvero strutture ingiuste ed oppressive, che c’inducono al male e non al Bene, all’egoismo piuttosto che alla Giustizia.
Ecco allora la necessità di riprendere seriamente la riflessione su questa dimensione comunitaria, sociale, della Libertà; perché se è vero che nessuna legge, o struttura politica, può convertire la Libertà personale, rimane il fatto che le leggi e le strutture sociopolitiche possono svolgere quella funzione pedagogica, che San Paolo assegna alla legge. In altre parole, visto il carattere sociale e comunitario dell’essere umano, non possiamo sottrarci al compito, oggi particolarmente arduo, di pensare come organizzare la nostra polis, la nostra società, perché, perfezionando ogni giorno le nostre strutture sociopolitiche, queste possano orientare e correggere le nostre Libertà personali. Il tutto senza alcuna pretesa di perfezione e nella consapevolezza che la Giustizia piena si realizzerà solo nell’Al di là.
Dentro questo quadro teorico sommariamente delineato, il primo compito di un agire politico democratico sarà quello di preoccuparsi di come rendere effettiva la dimensione sociale della proprietà privata. In tal senso il primo compito di uno Stato democratico dovrà essere quello di mettere in atto tutti le azioni possibili, per limitare le concentrazioni della ricchezza e ridistribuire quelle che si vanno accumulando, avendo come orizzonte sempre un unico fine: garantire a tutti i suoi cittadini le condizioni minime per una vita pienamente umana. Dove il verbo garantire deve essere purificato da ogni deriva assistenzialista, per essere declinato secondo i canoni della dignità umana, fondata sul lavoro.
Tutto ciò penso debba essere la prima preoccupazione di quella realtà ancora in fieri, che si chiama “Comunità Democratica”; questo gruppo di uomini e donne di buona volontà, preoccupati di creare uno spazio di confronto e di elaborazione politica, ispirata dal Vangelo e dalla Dottrina Sociale della Chiesa.
Pe. Marco