condividiamo un articolo di avvenire
Un’Europa frastornata e impaurita, stretta tra l’aggressione militare di Putin e l’aggressione
economica di Trump, tenta di ritrovare compattezza identificando un nemico comune da
contrastare: gli immigrati irregolari. Anche a costo di arretrare nella garanzia dei diritti umani
fondamentali, di cui rappresentava nel mondo la paladina più impegnata.
Quella dei rimpatri è una vera ossessione per Ursula von der Leyen e per la Commissione europea.
Nella versione inglese del Nuovo Patto su Immigrazione e Asilo il termine “ritorni” già ricorreva più di
90 volte, e l’incremento dei rimpatri, volontari o forzati, era presentato come una priorità
irrinunciabile. In effetti nel 2023 nell’Unione Europea su 430.560 decreti di allontanamento nei
confronti di immigrati irregolari, soltanto un quarto circa si è tradotto in ritorni. Ancora più magro il
bilancio italiano: 4.751 rimpatri, pari al 16,8% dei provvedimenti di espulsione. Ovviamente, gli
immigrati sanzionati sono soltanto una frazione del totale degli immigrati irregolari: spesso
richiedenti asilo respinti, i più facili da individuare e colpire. Tra i malcapitati, quelli che si riesce a
espellere sono poi quelli che si arrendono, che non reggono più una vita di paura e di
nascondimento, che vengono da Paesi troppo deboli per rifiutarsi di riammetterli, nonché
abbastanza vicini da non comportare troppi costi per rimandarli indietro debitamente scortati dalle
forze dell’ordine. Mai giunta notizia, per esempio, di espulsioni riuscite verso la Cina. E a parte i costi
umani e sociali di questi allontanamenti, che Trump chiamerebbe senza fronzoli “deportazioni”, non
è neppure detto che gli espulsi rinuncino a tornare in Europa, dove hanno vissuto e lavorato magari
per anni.
Non paga dell’esternalizzazione dei confini, che previene l’arrivo di potenziali migranti e richiedenti
asilo scaricando l’onere di fermarli sui Paesi di transito, con l’implicito impegno a evitare di guardare
ai mezzi che adottano, la Commissione Ue ha deciso di imprimere una sterzata sovranista anche al
dossier rimpatri. Le istanze italiane e l’accordo con l’Albania c’entrano poco. Già il nuovo Patto Ue
parlava di armonizzazione delle regole vigenti nei diversi Paesi, di trattenimento alle frontiere (l’Asgi,
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Associazione di Studi Giuridici sull’Immigrazione, aveva parlato di «finzione giuridica di non
ingresso»), di procedure accelerate di esame delle domande di asilo per chi proviene da Paesi
definiti come “sicuri” (per l’Asgi: discriminazione per nazionalità). Già in quel documento si
introduceva la possibilità di inviare gli espulsi in Paesi terzi, con cui avessero però “legami
significativi”. Ora si parla di “hub di rimpatrio” extraterritoriali. I centri albanesi, destinati a
richiedenti asilo in arrivo la cui domanda deve ancora essere esaminata, sono un’idea deprecabile,
costosa e fin qui fallimentare, ma non hanno attinenza con questa ipotesi, che semmai andrebbe
paragonata con le deportazioni trumpiane verso la base di Guantanamo.
Ora l’Unione Europea si appresta a varare una direttiva per dare attuazione alla volontà di
incrementare i rimpatri: un sistema di regole condivise, vincolanti e (forse) operative, per riuscire
negli intendimenti a scacciare un po’ di umanità dichiarata in esubero. Nello scenario plumbeo che
incombe sul nostro continente, per serrare i ranghi l’Ue ha individuato in chi arriva dal Sud del
mondo (non nei rifugiati ucraini, quattro milioni) «quel catalizzatore d’odio che emerge in condizioni
di incertezza sociale», come ha notato Francesca Paci su La Stampa. Sperando di placare l’avanzata
sovranista, ne sposa la visione e le ricette. Proprio quando fra l’altro operatori economici e famiglie
richiedono più manodopera, e quindi più ingressi. ? il paradosso illiberale che probabilmente
accompagnerà negli anni a venire il malinconico tramonto degli ideali europei: vogliamo escludere o
cacciare gli immigrati, ma non possiamo evitare di averne bisogno.
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