Don Marco ci fa riflettere sulla difficoltà nel cogliere la relazione tra Gesù, il suo Vangelo, e l’Antico Testamento. Eppure, questa relazione è decisiva, perché tutte le Scritture, il Nuovo e l’Antico Testamento, sono Parola di Dio; ma non tutti i libri, né tutti i versetti, vanno messi sullo stesso piano. Esiste una “gerarchia delle verità”, che trova il compimento nella prassi e nella parola di Gesù di Nazareth.
Il bellissimo ed un po’ difficile brano di Giovanni (8,31-59), che ci viene proposto dalla liturgia di questa domenica, mette in evidenza alcune questioni profondamente attinenti il tempo che stiamo vivendo.
Per un minimo di contestualizzazione, questo cap. 8° inizia con il famosissimo racconto dell’adultera, salvata da Gesù da una sicura lapidazione. A fronte del gesto rivoluzionario di Gesù (lo smascheramento del patriarcato soggiacente, l’affermazione della pari dignità uomo-donna nel fare il bene e il male, l’affermazione assoluta della Misericordia del Padre, quale via per ripristinare la Giustizia) lo sconcerto prende la scena. Per aiutarci a capire quanto ha fatto, Gesù si presenta come Luce del mondo, ovvero quale inviato dal Padre per illuminare la nostra Libertà, per aiutarla a districarsi nel difficile discernimento tra il Bene e il male, tra la Verità e l’errore, tra la Giustizia e l’ingiustizia.
Tra questa riflessione su Gesù, Luce del mondo, ed il nostro brano, Giovanni annota al v. 30 “A queste parole, molti credettero in Lui”. In altre parole sembra d’intuire, che queste vicende abbiano suscitato un interesse e forse anche un’ammirazione per Gesù. Plausibilmente questi simpatizzanti erano prevalentemente Giudei. Da qui la precisazione del versetto che introduce il brano di questa domenica “Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto”; ovvero Gesù vuole parlare in modo più esplicito a coloro, che dicono di credere in Lui, a coloro che vorrebbero essere suoi discepoli; o, se volete, a ciascuno/a di noi, quando con disinvoltura professiamo la nostra fede in Lui.
Da qui, la famosa, per altro a me cara, affermazione di Gesù: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Purtroppo questa affermazione è costruita su tre grandi temi biblici: la Parola, la Verità e la Libertà, che richiederebbero non poche precisazioni per il nostro retroterra occidentale. Io mi limito a sottolineare il fatto, che quanto ha appena detto è così dirompente, da suscitare l’immediata violenta reazione dei suoi uditori, ovvero “di coloro che avevano creduto in Lui”. Ma come? Che credenti sono costoro? Peggio ancora, che discepoli sono, se non pongono l’insegnamento del loro Maestro prima e al di sopra di tutto?
Ma esattamente questo è “il nervo scoperto” di quei discepoli e, ahimè, di molti presunti discepoli di oggi. Tradotta molto in soldoni la questione è, se accettiamo faticosamente ogni giorno di ri-metterci alla sua sequela, per cercare di capire ed obbedire a quanto Lui ha da dirci su qualsiasi vicenda della Vita; oppure, se ci affidiamo alle nostre precomprensioni, alle nostre idee consolidate ed incancrenite, e queste le assumiamo come criterio per selezionare nel Vangelo quanto ci piace, c’interessa, è conforme ed adeguato agli ambienti che frequentiamo.
Non so se sono riuscito a spiegarmi in queste poche battute, ma qui c’è in ballo una questione decisiva per la nostra Fede. Non c’è in ballo alcun giudizio sulle persone, bensì una questione di metodo fondamentale, nell’ascoltare, o nel manipolare, Gesù ed il suo Vangelo.
Tornando ai Giudei del nostro brano, ciò che loro non accettano è che Gesù si ponga come la Verità, ovvero il criterio di giudizio per giudicare persino Abramo e tutto l’Antico Testamento. Mentre questi Giudei portano con sé un insieme di idee, di verità su Abramo, e con queste vorrebbero valutare e giudicare l’insegnamento di Gesù.
Mi sono dilungato su questi passaggi, che, ripeto, per noi sono ostici, perché c’è in ballo qualcosa di decisivo per la nostra Fede. Infatti, al di là dell’ignoranza media delle Scritture, vi è da parte nostra anche una estrema difficoltà nel cogliere la relazione tra Gesù, il suo Vangelo, e l’Antico Testamento. Eppure, questa relazione è decisiva, perché tutte le Scritture, il Nuovo e l’Antico Testamento, sono Parola di Dio; ma non tutti i libri, né tutti i versetti, vanno messi sullo stesso piano. Esiste una “gerarchia delle verità”, che trova il compimento nella prassi e nella parola di Gesù di Nazareth. Queste sono per i cristiani il criterio supremo per rileggere e capire tutto il resto. Con ciò, non è detto che questa rilettura sia facile, o semplice; anzi!
Detto ciò, è evidente, che quando ingenuamente accettiamo alcune citazioni bibliche giudaiche, che comproverebbero il dominio del popolo ebreo sulla Palestina, siamo dentro in pieno nella questione qui posta. Infatti, fermo restando che gli stessi ebrei praticanti hanno interpretazioni diversificate dell’Antico Testamento, rimane il fatto, che estrapolare brani, o versetti dell’Attico Testamento, senza passare per Gesù, significa, per chi si dice cristiano, rifiutare la sua perentoria e provocante affermazione: “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Pertanto nel caso specifico, il senso della vicenda di Abramo ed il suo rapporto con la terra, non posso determinarlo autonomamente senza passare per Gesù. Ma cosa dice Gesù al riguardo? Cosa ci dice Paolo, che per primo ha riletto la figura di Abramo in chiave cristiana?
Eppure molti di noi, ignorando le Scritture, hanno finito con ignorare anche Gesù, come direbbe S. Gerolamo. Così si sono lasciati irretire in dispute e citazioni, che solo possono macchiare la Fede cristiana con il sangue delle troppe vittime di una guerra fratricida.
Pe. Marco