In questa Quinta Domenica della Quaresima ambrosiana riascolteremo l’imponente Vangelo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-53), per ridirci ancora una volta, che Gesù è la Vita, in Lui possiamo trovare la pienezza dell’umano. Certo, è una pienezza che non ci appartiene come un privilegio. Pertanto nessuno può vantarsene, o sequestrarla come proprietà personale, o del proprio gruppo di appartenenza. E’ piuttosto un dono da scoprire lungo tutta una vita e del quale possiamo godere, se cerchiamo di agire come Gesù.
Eppure, attraverso un percorso secolare troppo complesso da ricostruire, noi cristiani abbiamo trasformato, questo brano ed il Vangelo nel suo insieme, nella banale promessa di una vita ultraterrena. Invece, il breve ma serrato dialogo tra Gesù e Marta ha delle ricadute molto più radicali e profonde (Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?). Se Marta già crede nella risurrezione finale, perché Gesù riporta in vita Lazzaro? Esattamente perché lo scoglio più grande per la Fede è credere in Lui, che può darci la Vita qui ed ora, se viviamo secondo il Vangelo.
Forse è esattamente per la difficoltà nel prendere sul serio queste parole di Gesù, che ci siamo accontentati di rimandare il tutto a dopo la nostra morte fisica; non accorgendoci che in questo modo abbiamo spianato la strada al vuoto di senso che ci circonda. Infatti, se la Vita verrà solo dopo la fine del mondo, che senso ha questa vita terrena? Che senso ha impegnarsi per difendere la Vita umana da tutte le forme di morte, che la minacciano? Che senso ha smascherare e combattere ogni forma d’ingiustizia e di oppressione? In fondo, lottare qui ed ora è solo una pia illusione. Tutto si risolverà solo nell’Al di là…
Eppure Gesù ha voluto caparbiamente ridare la vita a Lazzaro e ciò gli è costato la sentenza finale…
Sì, credo che in queste contraddizioni e nella secolare rassegnazione a rimandare tutto nell’Al di là, sta l’origine della nostra rassegnazione, di fronte alle tragedie che ci circondano.
Confesso, che mi sono messo a scrivere queste considerazioni, mosso più dalla disperazione, che da un pensiero organico e compiuto. Eppure, so che non posso arrendermi alle tragedie che ci stanno distruggendo. So che devo lasciar risuonare la domanda: ma io che cosa posso fare di fronte a tanto male e tanta ingiustizia?
Ieri sera, sentendo la testimonianza di Franco Bonisoli, uno degli uccisori di Aldo Moro, mi colpiva come la sua conversione e dei suoi amici iniziò, quando il cappellano del carcere dell’Asinara si rifiutò di celebrare una Messa di Natale, mentre loro venivano lasciati morire per uno sciopero della fame.
Ben consapevole che queste mie parole non avranno ricadute così grandi, rimane il fatto che io e tutti voi non possiamo rassegnarci impotenti di fronte al genocidio del popolo palestinese. Accolgo e rilancio questo drammatico appello ( https://www.lecconews.news/news/germano-bosisio-lettera-allarcivescovo-delpini-sulla-via-crucis-palestinese-415770/ ), perché la nostra coscienza di uomini e di Figli di Dio non può assistere impotente. Se non possiamo fare di più, divulghiamo questo appello, parliamo di quanto sta avvenendo “in ogni occasione opportuna e non opportuna”; ma non diciamo che tutto ciò è normale; non assecondiamo giustificazioni, che non hanno alcun fondamento né umano, né tantomeno cristiano.
Qui non si tratta di dar ragione ad una parte, o all’altra, ma d’interrompere un genocidio, paragonabile a quello del popolo armeno, avvenuto sotto gli occhi codardi dell’Europa. La soluzione dei gravi problemi in gioco potrà avvenire solo attraverso un negoziato tra le parti e non con l’estinzione di una delle due.
Ma la vicenda palestinese per noi è solo la più vicina e la più simbolica, non l’unica di un quadro mondiale devastante. Pertanto, è doveroso far tacere le armi, per garantire il diritto all’autodeterminazione del popolo ucraino e del popolo curdo; per ricominciare a vivere in Sudan, nel Kivu congolese, nel Myanmar, in Nicaragua, solo per citare le situazioni più drammatiche.
Se noi crediamo che Gesù è la Vita, dobbiamo fare qualcosa, fare la nostra parte, perché questa Vita raggiunga anche questi nostri fratelli.
Pe. Marco