
on è certo difficile individuare figure della Chiesa
antica che si siano interessate della ricchezza,
specie del suo buon uso, e della povertà, determinata frequentemente
dall’avidità di possesso di chi già è
ricco. Del resto, i commenti ad alcuni luoghi chiave del Nuovo Testamento sono copiosi. Soltanto a titolo d’esempio, quelli relativi all’episodio del giovane ricco e alla parabola del ricco stolto occupano uno
spazio significativo negli scritti esegetici o parenetici della patristica sia
latina (Cipriano, Ilario di Poitiers,
Ambrogio, Agostino) sia greca (Clemente Alessandrino, Origene, Basilio, Gregorio di Nazianzo, Giovanni
Crisostomo, Cirillo).
Tra queste voci, quella che denuncia con più forza la situazione
d’intollerabile disagio sociale determinatosi in seguito alla presenza di
ricchi sempre più ricchi e conseguentemente di poveri sempre più
poveri è di Ambrogio di Milano. Il
suo interesse per la mancanza di giustizia nel possesso dei beni è quello di
un vescovo che è insieme funzionario pubblico, di un protagonista della scena politica ed ecclesiale che
non si limita all’azione, ma è lucido
osservatore dei cambiamenti in atto
nella seconda metà del IV secolo.
Il contemporaneo Ammiano
Marcellino, ultimo grande storico di
Roma, offre descrizioni indignate
dell’aristocrazia del tempo, volgare
nel mostrarsi tronfia della propria nobiltà e ricchezza, e non meno ottusa e
presuntuosa nel rifiutarsi di cogliere
l’imminente fine di un’epoca. Eppure, con Ammiano si corre il rischio di
un giudizio a volte esterno ai fatti, di
una condanna sarcastica, amara e
rassegnata, mentre in Ambrogio è
sempre presente la consapevolezza
della drammaticità della situazione.
Come vescovo, egli cerca in fondo di recuperare l’aspetto comunitario e la reciproca solidarietà che caratterizzano da sempre le comunità
cristiane. Non può smarrirsi nella
Chiesa la perenne attualità della
rappresentazione data da At 4,32-
35, quella di una moltitudine di credenti che ha un cuor solo e un’anima
sola, che mette in comune i beni di
ciascuno e a ciascuno distribuisce secondo le sue esigenze.
Come amministratore, giudica intollerabile la polarizzazione creatasi
nella società: da un lato il formarsi di
potentati che agiscono contro la legge
ormai indisturbati, dall’altro masse
sempre più ingenti di contadini impoveriti costretti a mendicare per sopravvivere. La rivolta di Ambrogio,
come anche il suo comunismo, è essenzialmente spirituale, perché in verità nulla può fare contro i mutamenti in corso.
Nato a Treviri attorno al 340 in
una famiglia aristocratica e cristiana, egli è chiamato trentenne a rivestire l’importante carica pubblica di
governatore nell’Italia settentrionale, con sede a Milano. Una volta acclamato vescovo della città sia dai
cattolici sia dagli ariani per le sue
doti personali e d’amministratore
pubblico, ha cura di liberarsi d’ogni
proprio avere, donandolo alla Chiesa e ai poveri.
Nabot e Acab
Tutto ciò aiuta a comprendere sia
la sua sollecitudine verso i problemi
sociali, sia la volontà di comporre un
breve, ma assai significativo trattato,
il De Nabuthe, incentrato apparentemente nella vicenda veterotestamentaria di Nabot, piccolo proprietario
di una vigna ucciso dal proprio re,
Acab, per avidità di possesso, ma più
in profondità nella condizione di totale precarietà in cui vivono molti
contadini del tempo. La vicenda di
Nabot e Acab, narrata nel Primo libro dei Re, impressiona notevolmente Ambrogio, fino a diventare per lui
emblematica della stridente diseguaglianza in atto nel tardo Impero.
Nelle sue opere, essa vi ritorna infatti di frequente. In Lettera 38,7s Nabot è il povero spiritualmente ricco,
così come Acab il suo esatto opposto;
in Sui doveri dei ministri 3,63 il povero è modello d’ascetismo, mentre in
Esposizione del Vangelo secondo Luca
9,25 viene visto come profeta.
Di straordinaria incisività è lo
stesso attacco dell’opera: «La storia
Padri Ambrogio
i beni in comune
Restituire ai poveri ciò che nasce per tutti
I l R e g n o – a t t u a l i t à 1 4 / 2 0 2 4 422
di Nabot è antica nel tempo, ma
quotidiana nella pratica. Quale ricco, infatti, non brama ogni giorno i
beni altrui? Chi, dei più potenti, non
cerca di scacciare il povero dal suo
piccolo podere e di espellere l’uomo
che non ha mezzi dalla terra dei padri? Chi è contento di ciò che possiede? L’animo di quale ricco non brama la proprietà del vicino? Di Acab
non ne è nato uno solo, ma, ciò che è
peggio, ogni giorno Acab nasce e
mai muore a questo mondo. Per un
Acab che muore, ne nascono molti
altri, e sono più quelli che compiono
rapine di quelli disposti a lasciarsi
sfuggire la preda. Non un solo Nabot
viene ucciso: ogni giorno un Nabot è
prostrato, ogni giorno un povero viene ucciso» (1,1).
La pagina ambrosiana presenta
poi un accenno alla triste condizione
di chi emigra schiacciato dalle ipoteche e alle madri contente addirittura
di piangere i propri figli presso le loro
tombe piuttosto che vederli morire di
fame. In effetti, l’intollerabile aggravio determinato dalle tasse, probabilmente la maggiore causa della decadenza economica e quindi politica
dell’Impero, colpisce così duramente
i piccoli contadini da costringerli a rinunciare alla loro proprietà per rifugiarsi, in condizioni di servi, presso i
grandi latifondisti. La fine politica di
Roma è vicina e già s’avverte in ciò la
nascita di un sistema, il vassallaggio,
che impronterà di sé buona parte del
Medioevo.
Il testo riprende, con tono ancor
più vibrante: «Fino a dove, ricchi, volete estendere le vostre assurde cupidigie? Ritenete forse di rimanere gli
unici ad abitare la terra? Perché scacciate uno che è partecipe della vostra
natura e rivendicate per voi soli la
proprietà dei beni della natura? In
comune per tutti (in commune omnibus), ricchi e poveri, la terra è stata
costituita: perché allora voi, ricchi, vi
arrogate il diritto esclusivo di proprietà del suolo? La natura ignora chi
siano i ricchi, lei che genera tutti poveri. Non nasciamo infatti neppure
coi vestiti, non veniamo al mondo
certo carichi d’oro e d’argento. Nudi
ci dà alla luce, bisognosi di cibo, di
vesti, di bevande; e nudi la terra accoglie nel suo grembo quelli che generò, né sa racchiudere nel sepolcro gli
estesi confini delle proprietà. Una
zolla di terra è parimenti più che sufficiente per un povero e per un ricco,
e quella terra che non contenne l’ingordigia del ricco da vivo, ora lo accoglie tutto da morto» (1,2).
Di fronte alle immense
diseguaglianze
Se qui e altrove i richiami ai grandi classici della latinità sono fortemente presenti, tuttavia l’analisi
d’Ambrogio è diversa e in parte originale: non si concentra sugli aspetti
pessimistici della condizione umana,
ma trae argomenti per combattere il
fenomeno delle diseguaglianze sociali e per riproporre, su basi naturali,
l’eguaglianza di tutti gli uomini.
Quindi si prosegue: «La natura
dunque non fa distinzioni quando nasciamo e non fa distinzioni quando
moriamo. Tutti uguali ci crea e tutti
uguali ci racchiude nel grembo di un
sepolcro. Chi sarebbe in grado di distinguere le sembianze dei morti? Togli di mezzo la terra e riconosci il ricco, se puoi. Sgombra poco dopo il tumulo e, se ne sei capace, sostieni pure
che si tratta di un povero; la sola differenza è che assieme al ricco si trovano
più cose a guastarsi! Le vesti di seta e i
veli tessuti d’oro, che avvolgono il corpo del ricco, sono un danno per i vivi,
e non sono d’aiuto per i defunti. Ricevi pure l’unguento, tu che sei ricco,
ma sempre cattivo è l’odore che emani; sciupi la gradevolezza di una cosa
e non te ne avvantaggi» (1,2s).
Passa in seguito al racconto dell’episodio biblico e a una sua prima interpretazione psicologica: «La divina
Scrittura ci insegna infatti quanto il
ricco sia miserevolmente povero e
quanto vergognosamente mendichi.
Vi era in Israele un re, Acab, e un povero, Nabot. Il primo disponeva in
abbondanza delle ricchezze del regno, mentre il secondo possedeva solo un modesto pezzo di terra. Il povero non desiderava in alcun modo i
beni del ricco, mentre al re parve che
gli mancasse qualcosa, perché il povero confinante aveva una vigna. Chi
ti sembra dunque povero? Chi è contento di ciò che ha o chi desidera le
cose altrui? È certo che l’uno appare
povero di censo, l’altro è povero di
amore. Chi è ricco di amore non conosce il bisogno, l’abbondanza di
censo non riesce a colmare il cuore
dell’avido» (2,4s).
Verso la conclusione dello scritto
la requisitoria si fa, se possibile, ancora più dura: «Vi sentite forse orgogliosi dei vostri ampli palazzi? Dovrebbero piuttosto tormentarvi, perché, mentre accolgono folle, tengono
fuori la voce del povero, per quanto
non abbia senso udirla, dal momento
che, anche se udita, non ottiene alcunché. Del resto, neppure le vostre
sale sontuose vi portano a provare
vergogna! Nel costruirle, intendete
superare voi stessi in ricchezza, e tuttavia non vi riuscite. Voi vestite le pareti, ma spogliate gli uomini. L’uomo
nudo grida davanti alla tua casa, e tu
non te ne curi. Grida l’uomo nudo, e
tu sei occupato solo dal pensiero di
quali marmi usare per rivestire i pavimenti. Il povero cerca denaro e non
ne ha; un uomo chiede del pane, e
intanto il tuo cavallo mastica oro sotto i denti. Ma a te piacciono gli ornamenti preziosi, mentre ci sono altri
che non hanno di che mangiare.
Quanto grande, ricco, è la condanna
che ti attiri! Il popolo ha fame, e tu
chiudi i tuoi granai; il popolo piange,
e tu giri e rigiri il tuo anello gemmato.
Disgraziato, puoi preservare dalla
morte la vita di tante persone e non
sei disposto a farlo! La sola gemma
del tuo anello potrebbe salvare la vita
di un intero popolo» (13,56).
Ambrogio non ritiene che la proprietà privata sia in sé una iniquità,
ma pensa che essa debba essere limitata. Non soltanto non deve esistere
per sempre, ma neppure deve escludere un solo uomo dal diritto di possedere di quei beni che Dio ha messo
a disposizione di tutti.
In gioco, dunque, non è il possesso
di un bene, ma il suo possesso esclusivo e privato. In questa prospettiva,
dare del proprio è per il vescovo semplicemente restituire.
Fabio Ruggiero